Chiese

CHIESA DI SANTA MARIA DI PORTO SALVO

di Sant'Andrea Apostolo

Tratto da: Altre note di storia cefaludese di Nico Marino
(Il Corriere delle Madonie del 15/30 aprile 1991)

Nella via Porto Salvo, al cantone con via Vittorio Emanuele, trova posto. tra le chiese di Cefalù. I’antica chiesa di Santa Maria di Porto Salvo o S. Andrea Apostolo. Le notizie sulla sua origine sono oscure, nè ci possono aiutare nella datazione alcuni archetti inglobati nella parete esterna, alla sinistra dell’attuale ingresso, poiché non possono con cerlezza, essere riferiti al primo impianto della chiesa.

II 22 novembre 1514 (L.R.). gli Ambasciatori di Cefalù presso il Parlamento, il vescovo Requisens ed il canonico Andrea Giaconia, cefalutano, riescono a farsi accordare dal Vicerè Ugo Moncada, il permesso di non rispettare l’ordine che voleva libere Ie mura della citta da aderenze di edifici e superfelazioni.

Portale ingresso S.Maria del Porto Salvo - Cefalù

Ciò era in parte impossibile, poiché da tempo immemorabile molti edifici, anche di una certa levatura, compresa la chiesa di Sania Maria di lu Portu, erano addossati alle mura.

Gli stessi ambasciatori ottennero pure che una porzione delle mura della Marina, per altro pericolante, fosse demolita per essere ricostruita in posizione più arretrata rispetto alla precedente, e ciò al fine di rendere più spaziosa la spiaggia adiacente, adibita al ricovero delle barche.

Nel 1570 viene definitavamente sistemata Porta Pescara, come recita la lapide che era posta su di essa e che, scomparsa, tornò a farsi viva nel 1912, (Misuraca, 1962 pag. 101 n. 14) quando, ritrovata murata all’intemo dell’altare della chiesa del SS. Salvatore alla Torre, fu  erroneamente collocata sulla parete esterna del Teatro Comunale, dove oggi fa bella mostra di sè mendace didascalia, in attesa che una mano pietosa la ricollochi lì dove la storia l’aveva a ragione posta.

Premesse queste cose e valutando lo sconvolgimento subito dai luoghi limitrofi alla chiesa di S. Maria di Porto Salvo, rispetto alla situazione alluale, è possibile ipotizzare un ridimensionamento della chiesa stessa alla quale ancora, tra il 1560 e il 1577, gli eremiti di S. Agostino, abbando-nando la insalubre chiesa di S. Maria del Gesù al Borgo, aggregarono il loro convento col consenso all’uso della chiesa, dato dalla Confraternita di S. Elmo (S. Erasmo) della nazione dei pescatori, cui e da riferirsi, forse, il pesce scolpito sul portale di lumachella dell’attuale ingresso.

Gli Agostiniani portarono con loro il simulacro marmoreo di S. Maria del Gesù, la loro permanenza, però, in questi locali, durò tanto poco che, presto, il culto della chiesa fu affidato al Seminario dei Chierici ed il convento trasformato in case di civile abitazione.

Nel frattempo la confratemita di S. Elmo si era trasferita altrove, probabilmente nei locali al n. 77 di Via N. Botta, dove un pesce scolpito sul portale di ingresso e un altro pesce inciso sempre su un portale, all’interno della piccola corte, segnerebbero traccia del loro passaggio con un continuum araldico.

Tali locali infatti non sono da attribuirsi,come vorrebbe qualche autore (Di Paola, 1962), alla chiesa di S. Filippo che assieme a quella di San Giacomo dava il nome alla strada (strada San Filippo e Giacomo oggi, via N. Botta).

I due Santi, infatti, ce lo testimonia il Bianca (1798), erano venerati in una unica chiesa posta nella strada suddetta in uno dei due cantoni del vicolo che la collega alla Via Gioeni e, se pure il vicolo in questione fosse stato un altro, oggi assorbito dalle costruzioni, essa chiesa starebbe sempre sul lato destro della strada, scendendo, cioè quello che porta la numerazione civica pari, come viene segnalato da una croce, nella pianta del Passafiume (1645).

Quando fu chiusa al culto questa chiesa, della quale ho trovato tracce notarili fino al 1811, l’altare dei Santi Filippo e Giacomo fu portalo presso la chiesa di S. Maria Maddalcna.

L'annotazione di cui sopra riporta i dati relativi alla chiesa e cappella della confraternita di S. Maria di Porto Salvo che ad occidente fissava col porticato in frontespizio della porta della Marina

Nel 1610 viene accordata la richiesta fatta dai marinai e dalla Confraternita di S. Elmo, di aver assegnata, nuovamente, la chiesa di S. Maria di Porto Salvo, al fine di congregarvisi e di seppellire i loro morti, l’uso della chiesa, da parte della confraternita, non si protrasse nel tempo, perché presto, fu sciolta.

II 23 ottobre 1639 viene concesso ai cittadini di Cefalù, attingendo 50 onze dal denaro dell’Universita, di costruire una nuova porta a servizio della Marina di fronte alla Strada della Corte (Via C. Ortolani di Bordonaro), più ampia della già esistente Porta Pescara, per fare entrare entro il perimetro delle mura le barche piccole e per togliere ai fedeli e religiosi della chiesa di S. Maria di Porto Salvo i fastidi derivanti dalla troppo trafficata limitrofa porta.

Inconvenienti, forse che si era gia cercato di risolvere con lo spostamento dell’ingresso da Via Vittorio Emanuele a quello attuale di Via Porto Salvo.

Certo è che la chiesa si trovava in un punto nevralgico della citta dove, in uno spazio molto ristretto, confluivano la Strada S. Leonardo (Via Porto Salvo), la Strada Vetrani (Via Veterani), la Strada di Lu Porto (Via Vittorio Emanuele) ed il passaggio per Porta Pescara, accanto al la quale ancor oggi si trova quella che i pescatori chiamano la “SCALA PUSATA” dallo spagnolo posada che sta ad indicare che propriolì doveva trovarsi una locanda o, perché no, un alloggio militare, visto che su Porta Pescara si trovava un fortino con artiglieria.

È probabile che la chiesa di S. Maria di Porto Salvo fosse unita al corpo di questo fortino con una costruzione passante da un lato all’altro della strada, come accenna il Passafiume nella sua pianta e come testimonierebbero alcune tracce esistenti sulle pareti perimetrali dei due edifici, quelle che danno su via Vittorio Emanuele (1).

Nel periodo che intercorre tra la fïne del 1700 e gli inizi del 1800 fu portata all’interno di questa chiesa la statua di S. Giacomo, proveniente dalla omonima chiesa chiusa al culto, ubicata nella zona sottostante a Piazza Garibaldi.

La Venerata immagine marmorea di S. Maria di Porto Salvo oggi si trova presso il Palazzo Vescovile, all’interno della chiesa omonima, oggi chiusa al culto e, ancora possibile vcdere una capriata lignea intagliata di bella fattura, mentre la benedizione delle sementi che veniva impartita durante la festivita della “MATRI SIMIENZA’’, in uso fino a poche decine di anni fa il 21 dicembre, resta soltanto un ricordo di sentite e genuine tradizioni del passato.

Foto Storiche Cefalù

Tratto da:

Altre note di storia cefaludese di Nico Marino
(Il Corriere delle Madonie del 15/30 aprile 1991)

Venduta a privati la chiesa di Sant’Andrea o di Santa Maria di Porto Salvo

Riportiamo la lettera pubblicata il 9 Aprile 2018 sul sito web http://www.qualecefalu.it, da parte dell’ dell’Archeoclub di Cefalù

ARCHEOCLUB SEZIONE DI CEFALÙ

Cefalù, 30 marzo 2018

L’associazione Archeoclub d’Italia, sede di Cefalù, ha appreso che è stato venduto dalla Curia Vescovile di Cefalù l’edificio storico della chiesa di Sant’Andrea – o di Santa Maria di Porto Salvo –, ubicato in pieno Centro Storico, di fronte alla Porta Pescara, ad angolo tra via Porto Salvo e via Vittorio Emanuele.

La nostra Associazione, che da oltre venti anni promuove la conoscenza e la tutela dei Beni Culturali della nostra città, è rimasta sgomenta di fronte a questa notizia, giunta attraverso voci private e solamente ad affare concluso. La notizia finora non è stata né comunicata ufficialmente né commentata pubblicamente.

Il Bene Culturale venduto a privati è un edificio religioso originariamente appartenente a una confraternita di pescatori, la quale, nel 1560, lo cedette ai frati Eremitani di S. Agostino. Una vicenda complessa, intrecciata tra la Chiesa Cefaludense, il popolo dei fedeli e la storia della città, ha infine portato l’edificio di culto al degrado e all’oblio.

Dal 2007, anno in cui per la prima volta la nostra associazione ha aperto la porta della chiesa per mostrarne al pubblico l’interno, abbiamo sottolineato più volte l’esigenza di assicurare all’edificio un’attenzione che comprendesse la tutela artistica e architettonica e la tutela e il decoro degli spazi esterni. Dieci anni di monitoraggio mostrano come nel 2007 il soffitto in legno della chiesa fosse ancora integro, mentre nel giugno del 2017 era già interamente crollato.

In questi dieci anni più volte l’Archeoclub d’Italia ha auspicato e chiesto l’intervento degli enti preposti alla sua tutela, proprio per scongiurare questo enorme danno e per dare a questo bene culturale il rispetto e il decoro che spetta a tutti gli edifici storici e, a maggior ragione, a un edificio sacro, nato dalla pietas dei pescatori e dalla fede di un popolo intero.

Questo luogo, che nasce come sede di culto, racchiude sotto il pavimento di piastrelle in maiolica i resti mortali di chi vi fu seppellito, e mostra le nicchie vuote dove alloggiavano le statue della Madonna e dei Santi a cui il popolo rivolgeva le proprie preghiere.

Un luogo che, con la sua centralità urbana, il suo portale d’ingresso, gli altri suoi due portali tamponati, e, all’interno, la cantoria lignea, è stato da noi offerto alla conoscenza di più persone e più generazioni; un luogo che abbiamo cercato di proteggere dalla protervia di chi vi posteggiava le automobili a ridosso e dall’inciviltà di chi abbandonava lì davanti i propri rifiuti, anche al di fuori del cestino, indecorosamente collocato a fianco del portale.

Un luogo, tra l’altro, il cui degrado non doveva essere “mascherato” con un invasivo pannello di legno, collocato lungo la sua facciata prospiciente la via Vittorio Emanuele.

Un luogo, infine, al cui degrado si è risposto con una vendita a privati.

Ci pare opportuno rammentare, in merito, che il Codice Urbani riserva anche ai beni identitari della storia delle istituzioni religiose la peculiarità di patrimonio culturale; e ancora che, nell’intesa regolamentare stipulata tra la Conferenza episcopale italiana e il Ministero dei beni culturali, le particolari attenzioni di cui tali beni abbisognano si concretizzano nell’affermarsi della necessità di una politica di «collaborazione tra autorità civili e istanze confessionali per la conservazione, la tutela e la valorizzazione di tali beni».

L’adesione convinta alle finalità di un’associazione come Archeoclub d’Italia, attraverso la quale portiamo avanti i valori di conoscenza e di tutela dei nostri beni culturali, ci impone una constatazione “dolorosa”: la manutenzione ordinaria dei “beni” continua a essere ignorata; si interviene solamente quando il danno è difficile e oneroso da riparare; si lascia che una buona percentuale di essi, politicamente sbandierati come nostra comune ricchezza, deperisca o svanisca nella sua materialità, o – peggio – che subisca una trasformazione per scopi radicalmente differenti da quelli che ne improntarono l’originaria identità comunitaria.

Non si può tacere su quanto avvenuto. Né si può ignorare l’eventualità che ciò succeda per altri “beni”, siano essi di proprietà della “Chiesa” o di proprietà dello “Stato”. Ricordiamo che tali “proprietà” vanno intese correttamente, non come semplice possesso, ma anche e soprattutto come diritto e obbligo alla loro custodia.

Archeoclub d’Italia – Sede di Cefalù
Il presidente
Prof.ssa Fortunata Rizzo

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