Pillole di storia

La via della seta che portò il pittore Osnago a Cefalù.

A cura di Sandro Varzi

Molto scarse sono le notizie e i documenti relativi alla vita ed alle opere di Gian Domenico Osnago, pittore milanese, trasferitosi dal capoluogo lombardo a Cefalù nei primi anni del secolo XVIII. Molti invece sono i documenti e le notizie riguardanti la famiglia Osnago rinvenuti tra gli atti dei notai melegnanesi, tanto che è possibile affermare che la loro presenza a Melegnano, 10 chilometri circa a sud-est di Milano, lungo la Via Emilia, risalga almeno al secondo decennio del secolo XV. Gli Osnago sono nominati in moltissimi contratti, come stimati tessitori e mercanti tessili, proprietari di terreni e di case, a Melegnano e nelle località vicine.

 

Legati da grande fede e devozione religiosa, compaiono in quasi tutti i documenti relativi alla vita parrocchiale per l’elezione di prepositi, ritiro di offerte, nomina di rappresentanti, sottoscrizione di suppliche. Il fatto stesso che un Francesco Osnago decida autonomamente quali santi debbano essere raffigurati in un grande polittico da collocare sull’altare maggiore della chiesa madre, è segno evidente dell’importanza e del peso che la famiglia aveva in seno alla comunità.
Per dare un’idea dell’agiatezza della famiglia basterà ricordare che in un censimento del vino e delle biade, Francesco Osnago ha in casa quasi 100 quintali di biade e una grande quantità di vino, e i suoi figli, Maffiolo e Giovanni Luchino, erano tra i pochi giovani melegnanesi che possedevano un cavallo ciascuno. La dote matrimoniale di una delle tre figlie di Maffiolo, Ursina, andata sposa a un Alberto Barni di Lodi, era di ben 1600 lire, somma decisamente ragguardevole per l’epoca.
Un Dario Osnago non è da meno: lascia eredi di tutti i suoi beni i poveri di Melegnano, obbligando i suoi quattro esecutori testamentari a gestire al meglio le sue proprietà, con divieto assoluto di venderle, disponendo anche che i ricavi di rendite e affitti, tolte una dote per la figlia naturale e varie offerte, dovranno essere distribuiti ai poveri.
In più occasioni i membri della famiglia compaiono anche nelle vicende del convento di Santa Maria della Misericordia, a conferma del fatto che si trattava di una famiglia di notevole peso economico ed influente anche in campo religioso.
Gian Domenico De Osnago, poi divenuto Osnao, autore di varie opere, presenti in collezioni private e pubbliche, nasce, con un ampio margine di certezza a Melegnano, da Giovan Battista De Osnago e Paola, di cui non conosciamo il cognome.
La sua venuta a Cefalù, possibilmente in compagnia di qualche familiare, potrebbe essere imputabile allo svolgimento di affari relativi all’attività di commercio tessile di cui la famiglia si occupava. A Cefalù, sin dalla seconda metà del secolo XVI, era molto fiorente il mercato della seta e si hanno testimonianze documentali di mercanti milanesi e comaschi presenti in città per acquisti di filati di seta di alta qualità, prodotta nelle nostre campagne ricche di gelsi e allevamenti di bachi da seta.
Il giovane Gian Domenico rimane colpito dalle bellezze della nostra terra, tanto che il 23 giugno del 1715 sposa a Cefalù la giovane Ninfa Manzella, vedova Villardita, figlia di Colantonio Manzella e Antonia Costa.
Dopo le nozze Gian Domenico fissa la sua residenza a Cefalù, apre la sua bottega, si presume proprio in quel vicolo che oggi porta il suo cognome. Riguardo invece alla sua abitazione disponiamo di un documento, datato 19 dicembre 1721, in cui si certifica il pagamento di un censo su una casa ubicata nella contrada del Salvatore, pagato dal pittore cittadino di Cefalù ductionem uxoris a fra’ Giuseppe Maria Riotta, procuratore del convento di San Domenico di Cefalù.
Da questo felice matrimonio nascono cinque figli: due maschi, Nicolò e Antonio, sulla cui vita e sul cui operato non si hanno notizie, e tre femmine: Francesca Paola nata il 4 aprile 1722, che il 7 febbraio 1741 sposa il notaro Stefano Pernice e muore a Cefalù il 22 gennaio 1766; Rosalia nata il 2 febbraio 1727, che l’11 dicembre 1751 sposa il Magister Placido Gallo da Palermo (a queste nozze nasce Barbara, che nel 1769 sposa il maestro Giuseppe Bevelacqua, prozio del pittore Francesco Bevelacqua), e Innocenza, della quale sappiamo solo che sposa un certo Barillaro e che fu testimone al contratto matrimoniale della sorella Francesca Paola.
Gian Domenico Osnago fu specialista in quadri di pura tematica floreale, in cui raffigurava magnifiche composizioni con ceste o vasi traboccanti dei più svariati tipi di fiori, in cui spesso inseriva, con notevole libertà compositiva, anche dei piccoli animali quali pappagalli, galline, oche, fagiani, anatre, pulcini e porcellini d’India. Non trascurò altresì l’aspetto devozionale, dipingendo tele con ricche ghirlande di coloratissimi fiori a cornice di soggetti sacri, come una Immacolata e un San Giuseppe, oggi al museo Mandralisca, per i quali è stata ipotizzata una compartecipazione col nicosiano Filippo Randazzo: questi avrebbe realizzato i santi mentre a Osnago spetterebbero solo le ghirlande e un San Francesco da Paola in estasi, opere destinate a privati.
Sebbene la sua attività sia oggi poco nota, l’Osnago ai suoi tempi dovette godere di buona fama, tant’è che è ricordato dal marchese Emanuele e Gaetani di Villabianca tra gli apprezzati artisti che lavorarono nel suo palazzo a Palermo, ma lo si ritrova anche a decorare la villa bagherese della principessa Valguarnera. A Cefalù, oltre alla nota serie di dipinti custoditi nel museo Mandralisca, a una tela della sua tipica produzione floreale, in collezione privata, e a un bozzetto a olio su carta di natura devozionale raffigurante un santo con attorno una ricca e colorata ghirlanda di fiori anch’esso in collezione privata, è presente, anche se necessita di urgenti interventi di restauro, una grande e bella cantoria lignea, situata all’interno della chiesa della Badiola.
Attribuita all’Osnago, l’opera è costituita da tre parapetti lignei, il più grande dei quali, quello di centro, è formato da cinque pannelli separati da sei esili colonnine, complete di capitello, sostenute da mensole a volute. I due parapetti laterali, invece, sono composti ognuno da tre pannelli separati anch’essi dalle solite colonnine, qui in numero di quattro. Ogni pannello presenta al centro la composizione pittorica, incorniciata da archetti e lesene a rilievo, costituita da serti di fiori e foglie con motivi architettonici sullo sfondo. Alla base di tutti i pannelli dei tre parapetti corre uno zoccolo figurato con vedute panoramiche palustri e agresti, quasi tutte ispirate a luoghi cefalutani tranne una, che raffigura un acquitrino con due uccelli acquatici, uno dei quali ha nel becco una rana. L’insieme, altamente decorativo, è di grande effetto.
Salvatore Di Paola, in Toponomastica storica della città di Cefalù (Misuraca 1972), così scrive a proposito del vicolo Osnao: “In onore di due pittori, padre e figlia, del 1600, i quali, nella grazia delle loro tele floreali, espressero un ideale di bellezza preziosamente coloristico”. In queste poche righe è riassunta la presenza di due artisti tradizionalmente citati come cefalutani, ma non si hanno finora prove documentali del fatto che una delle figlie di Osnao abbia mai collaborato alla realizzazione delle opere del padre, sulla cui data di morte manca ogni notizia, anche se dai contratti matrimoniali della figlia Rosalia, redatti presso il notaio Maurizio Giardina di Cefalù, risulta deceduto nel novembre 1751. Le ricerche nei registri dei defunti, custoditi nell’archivio parrocchiale della cattedrale, hanno dato finora esito negativo. Probabilmente Gian Domenico morì a Palermo, ove fu seppellito in San Carlo Borromeo dei milanesi: l’ipotesi è supportata solo da alcuni legati della famiglia nei confronti di quella chiesa, dal momento che i suoi registri dei defunti sono andati perduti.

Sandro Varzi

Un particolare ringraziamento al prof. Alessandro Dell’Aira.

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